
Quando si dici “mi sono veramente piaciuti”, con quella sensazione di soddisfazione sonora; e si il trio genovese ha soddisfatto le mie aspettative, con il loro primo album danno l’idea si avere le idee ben chiare mescolando e fondendo tante idee e sonorità nel modo più giusto ed equilibrato…….. io vi dico di ascoltare i cartavetro e ve ne renderete conto. nel frattempo ho fatto due chiacchierare con la band………………………
Provenite dalla scena musicale genovese, qual’è stato il percorso artistico-creativo della band?
Genova è una città molto musicale in Italia, e questo ci ha permesso di ricevere le giuste vibrazioni e motivazioni. E’ stato un percorso di tanta gavetta e tanti tentativi, suonando in ogni posto senza risparmiarsi, con la sola idea di provare a fare qualcosa che fosse allo stesso tempo semplice e sperimentale, giocando con la nostra voglia di esprimerci e un’attitudine un po’punk, che è sempre stata lì a controbilanciare il nostro amore per l’avanguardia e per le sonorità strane e insolite “post”. Questo aspetto è l’unica cosa che ci ha accompagnato negli anni, mentre ci siamo lasciati molto andare senza scegliere un particolare genere o una corrente o un hype.
Questo è il vostro primo album è stato faticoso lavorare in studio?????
proprio perchè è il primo album di studio è stato paradossalmente più semplice delle cose che avevamo fatto prima: la nostra uscita precedente, Bruxia, era materiale destinato a net-label e registrato a casa nostra, e per farlo suonare bene ci è voluta della fatica! Invece in studio, con seri professionisti, se c’è un buon feeling, può essere più semplice. Noi abbiamo registrato nel Greenfog Studio di Mattia Cominotto, chitarrista dei Meganoidi, band piuttosto famosa in Italia.
Ci siamo incontrati per un aperitivo e gli abbiamo spiegato come la pensavamo sui pezzi, la nostra volontà di registrare un lavoro essenziale, in diretta, mixato in analogico come si faceva 30 anni fa, non per nostalgia per il passato, ma solo per l’esigenza di ridurre all’osso la composizione. Lui ha capito immediatamente e quindi appena entrati in studio eravamo già tutti focalizzati sull’obiettivo.
Come giudichi il vostro primo lavoro? sei soddisfatto delle sonorità del disco???
Molto soddisfatto direi. E’ vero che ogni musicista pretende sempre il meglio dai dischi e quindi ovviamente quando lo ascolto sono molto critico e su certe cose magari farei scelte diverse, però penso che il lavoro rispecchi la nostra ricerca, e il nostro spirito.Penso che sia molto asciutto ma senza essere grezzo, ed è quello che volevamo.
Dal punto di vista compositivo tutti e quattro i pezzi mi piacciono molto, per motivi diversi tra loro.
To Care è la canzone più “canzone” che i CRTVTR abbiano mai scritto, e nella sua semplicità penso abbia buone intuizioni.
Old Lovers è un pezzo a cui sono molto legato perchè parla dei miei nonni, che sono mancati pochi mesi dopo che abbiamo finito di comporre il pezzo, oltre ad avere un ottimo beat incalzante.
We Need Time è il nostro pezzo porta-fortuna visto che la collaborazione di Mike Watt (oggi bassista degli Stooges e storico fondatore dei mitici Minutemen, uno dei musicisti più importanti della scena californiana a partire dagli anni 80, a cui, per dirne una i Red Hot Chili Peppers hanno dedicato l’intero Blood Sugar Sex Magik…), ci ha permesso di girare in lungo e in largo e di presentarci senza vergogna nonostante il nostro nome sia una novità nel panorama italiano ed ancora di più europeo.
O My Hungry Self, poi, è probabilmente il pezzo che sintetizza di più il nostro sound: psichedelico e di attitudine punk.
Non pensate che il vostro lavoro sia un po troppo orientato verso un pubblico di nicchia???
No, non direi. Noi non siamo un progetto discografico in senso stretto, siamo prima di tutto una live band. E’ vero che la nostra non è la musica più facile da trovare in radio e in televisione o sui media di massa, però penso anche che mediamente il pubblico che frequenta i concerti sappia andare oltre al semplice clamore mediatico, per badare anche un po’ a quanto la musica sia coinvolgente. Sono dell’idea che quando una cosa è fatta con il cuore e con lo stomaco le persone ne riconoscono l’autenticità e lo apprezzano.
Per quanto insolita la nostra musica ha un linguaggio semplice ed esprime molta energia, e questo passa sempre, coinvolge le persone. Pensiamo e speriamo che concerto dopo concerto le persone si affezioneranno al nostro sound e ci capiranno meglio, e pensiamo che proprio per questo sia un nostro dovere morale ed etico fare quanti più concerti possibili, per permettere ai nostri pezzi di esprimere il loro potenziale comunicativo.
So che avete appena finito un tour con i c.d.p. e che a ottobre partirete con un altro tour, come è stato condividere il live con questi ragazzi? e cosa vi aspettate dal prox tour?????
I Common Deflection Problem sono stati una grande scoperta per noi, una delle belle sorprese che ci ha regalato questa breve comparsata in Inghilterra, che è stata la prima ma di certo non sarà l’ultima. Loro sono musicisti molto dotati, creativi e capaci, con un po’ di quell’irrequietezza tipica chi ha tante idee. Il feeling, anche per questo, trovo sia stato immediato, almeno da parte nostra. Senza contare che penso di poter dire che è nata prima di tutto un’amicizia sul piano personale, e proprio per questo è venuto spontaneo fare progetti insieme per il futuro.
Ora cominciamo a pensare a questo giro autunnale/invernale, ci aspettiamo di incontrare tante persone, arricchire la nostra vita di esperienze, e con queste esperienze di arricchire la nostra musica. Se sarà così il resto verrà da sè: nuovi dischi, nuovi tour, nuovi incontri, nuove prospettive…
Cosa ne pensi della scena musicale rock italiana?
Non penso si possa parlare della scena musicale italiana come qualcosa di omogeneo, c’è dentro un po’ di tutto. Quello che posso dire è che girando per il paese a portare la nostra musica abbiamo scoperto realtà interessanti praticamente in ogni posto, siamo venuti a contatto con persone che ci sanno davvero fare, a partire da Brigadisco, che ci ha permesso di suonare a Londra, per concludere con la principale realtà underground della nostra città Disorder Drama, che festeggia proprio in questi giorni 10 anni dalla sua esistenza e da un punto di vista musicale ci ha davvero cambiato la vita, portando a Genova molti nomi interessanti dell’underground internazionale.
La creatività agli italiani non è mai mancata e quindi ci sono tante proposte interessanti, e molte hanno anche la tenacia per resistere alla forza dirompente della globalizzazione culturale, e riescono a dire la loro senza senso di inferiorità rispetto alla musica inglese o americana, che si sa, resta un punto di riferimento per il nostro mondo. Per come è orientato il mercato ai giorni d’oggi questa è sicuramente una cosa buona e non scontata. Quello che manca sono un po’ di risorse economiche, visto che ancora siamo
costretti a fare i salti mortali praticamente per fare ogni cosa. Ma si dice che i soldi non fanno la felicità, giusto?
un in bocca al lupo per la vostra musica e grazie del tempo dedicatomi.
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