Fk Sneakers Store | The Gaslight Anthem – American Slug

The Gaslight Anthem – American Slug

Il mio incontro con questa band è stato del tutto casuale, durante il festival londinese del Calling, aspettando inpaziente l’arrivo dei Pearl Jam, ho ascoltato i The Gaslight Anthem gruppo punk rock statunitense di New Brunswick, New Jersey, l’impatto sonoro è stato dei più incredibili e piacevoli il loro sound fresco e scoppiettante che strizza l’occhio al vecchio boss sia nelle sonorità che nei testi, ma questo non vi tragga in errore ed a banali conclusioni di scopiazzature facili. The Gaslight Anthen hanno una propria anima ed una loro integrità sonora.

La band è al loro 3° album che di solito consacra o seppellisce i gruppi. I 4 ragazzi americani passano a pieno l’esame maturità con il loro AMERICAN SLANG che gioca un ruolo ulteriormente gratificante perché riesce ad unire in maniera disarmante leggerezza e qualità, spensieratezza e rigore, elementi ben difficilmente conciliabili in maniera così essenziale e coinvolgente.

Difficile, davvero difficile riuscire a sintetizzare tutti gli scorci presenti in questo nuovo lavoro: ogni singolo momento è infatti unico e particolare, diverso da tutti gli altri, tanto riconoscibile quanto apprezzabile, per ragioni differenti a seconda delle specifiche inclinazioni e peculiarità. Se l’opener American Slang ci offre uno spaccato significativo del (pop) rock americano, moderno eppure tradizionale, popolare eppure raffinato, con l’irresistibile Stay Lucky voliamo direttamente a cavallo fra i mitici Sixties e gli anni ’70, scatenandoci in danze tipicamente stars and stripes assolutamente irresistibili. Bring It On ci riporta nell’alveo tracciato dalla titletrack, ispirandosi ad atmosfere folk dalla malinconia assolata e incoraggiante, mentre The Diamond Church Street Choir prosegue sulla falsariga del revival storico, del immaginario collettivo americano, e, sulla scia dei suoi accordi estivi e trascinanti, sarà immediato e inevitabile ritrovarvi a schioccare a tempo le dita e cercare di canticchiare o fischiettare le poche ma efficaci note che ne compongono l’inciso.

The Queen Of Lower Chelsea è forse l’episodio meno incisivo dell’album, ma, è bene chiarirlo, nemmeno in questo caso riusciamo a trarne un giudizio negativo: le sue venature crepuscolari, unite a quel ritmo cantilenante eppure profondamente evocativo, trovano perfettamente spazio, e contemporaneamente ragion d’essere, nonostante una lentezza congenita che richiede qualche ascolto di troppo, forse, per essere assimilata nella maniera più corretta ed opportuna. Superato questo breve attimo di smarrimento, Orphans ci trascina nuovamente al galoppo, in un rock vintage dalle stuzzicanti sfumature twist, lasciando il testimone alla meravigliosa Boxer, in cui respiriamo la spigliatezza e la suggestione dei musical vecchio stile unite alla grinta composta eppure dinamica di chi ha, alle spalle e di fronte a sé, radici e attitudine punk.

Old Haunts introduce quindi il vero padrino musicale e spirituale dei The Gaslight Anthem, The Boss, quel Bruce Springsteen cui loro dichiarano spudoratamente di ispirarsi  e che riescono ad omaggiare con straordinaria personalità ed invidiabile determinazione.

Se The Spirit Of Jazz si veste della spigliatezza frizzante e irriverente del pop punk, è la traccia di chiusura a completare l’opera di totale fascinazione in cui si era prodotto finora American Slang: We Did It When We Were Young è, infatti, una ballad notturna, nostalgica, gravida di tenerezza e passione, soffice, soffusa, soffocata, sofferente, che, se ascoltata con sincera partecipazione, nella solitudine del buio, saprà forse estorcervi una lacrima di sincero compiacimento.

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